Archivio per la categoria ‘1.5 tecnologia’

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Io, Gianluca Bellan, laureato in Economia e studente presso la Copenhagen Business School, e il collega Giuseppe Annunziata, laureando presso la Facoltà di Biologia dell’Università degli Studi di Napoli – Federico II, ci proponiamo, attraverso la nostra esperienza di studenti negli atenei Italiani ed esteri, di portare alla vostra attenzione i maggiori punti sui quali insistere per portare uno sviluppo concreto nelle Università Italiane e una maggiore vicinanza tra Lavoro e Università.

Nella realtà sociale dei nostri giorni, in cui si fa sempre più difficile per noi giovani valicare il confine che ci separa dal mondo del lavoro, URGE una ventata di cambiamento, una serie di Riforme mirate esclusivamente a rendere più coesi il mondo del lavoro e di Università e Ricerca. Si deve perciò assistere alla possibilità, da parte dei neolaureati, di ottenere un’ “indipendenza culturale” dettata dalla facoltà di avere un posto di lavoro che rifletta ciò per cui ci si è formati e, soprattutto, ripaghi dei tanti sacrifici di anni di studio. Insomma, è necessario smetterla di rimanere inermi ad attendere che lo stato delle cose cambi da solo. Le proposte devono arrivare proprio da noi, popolo di giovani elettori, perché siamo noi a conoscere le vere difficoltà, la triste realtà in cui versano i nostri Poli universitari e, in particolare, cosa ci “tarpa le ali”, impedendoci di emergere.

Un recente rapporto OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) ha definito le spese dell’Italia per l’Università carenti. La cifra che il nostro Stato stanzia annualmente per ciascuno studente è in media con quelle degli atri Paesi europei, MA SI SPENDE POCO PER L’ISTRUZIONE TERZIARIA. Dal 2007 gli Atenei italiani hanno visto una riduzione di 1 miliardo di Euro da parte del Fondo di Finanziamento Ordinario, finanziamento statale che rappresenta la principale fonte di entrata per le Università. Il FFO per il 2012 è stato pari a 7.08 miliardi di Euro. Nel 2008, a seguito dell’emanazione del DM 113/08 (art. 66, comma 13), il FFO è stato ridimensionato di 63.5 milioni per il 2009, 190 milioni per il 2010, 316 milioni per il 2011, 417 milioni per il 2012 e 455 milioni per il 2013…Tanto per fare un paragone, per le BABY PENSIONI vengono spesi 9.4 miliardi di Euro, PER L’UNIVERSITA’ 6.6 miliardi.
Per l’Università, l’Italia spende l’1% del PIL, a fronte della media europea che è all’1.5%. Per ciascuno studente, lo Stato versa circa 9500 Euro, a fronte dei circa 13000 di media (il 30% in meno)…E GLI STUDENTI ITALIANI PAGANO LE TASSE PIU’ ALTE D’EUROPA, DOPO INGLESI ED OLANDESI.
Per quanto riguarda la Ricerca, invece, l’Italia investe l’1.26% del PIL a fronte del 2.26% della Francia, 2.28% della Germania e 1.77% del Regno Unito.

Su cosa ci batteremo con il nostro programma:

  1. Politica di austerità in scuola ed Università ma solo in ricambio di un ripristino dei fondi per Borse di Studio tagliati con la Riforma Gelmini, tagli di oltre il 90% in 3 anni (da 246 milioni di Euro del 2009 a 13 milioni del 2012), che hanno cancellato, dunque, il contributo dello Stato agli studenti meno abbienti;
  2. Maggiore impiego di fondi pubblici in Università e Ricerca: la Riforma del Paese deve partire dalle Università, perché devono essere i giovani a gettare le basi per il loro futuro;
  3. Principio di meritocrazia in poltrone dirigenziali ed occupazioni nel campo della ricerca. Per far questo è necessario portare fisicamente i centri ricerca nelle aule Universitarie. Bisogna, dunque, mettere in campo norme che vadano a contrastare e combattere il nepotismo, vero cancro della società italiana, ampiamente diffuso nell’ambiente universitario. Per far vincere il principio di meritocrazia, bisogna portare nelle Università strutture esterne che, almeno, dovrebbero essere “vaccinate” da questa triste verità. E’, inoltre, altrettanto necessario aumentare le ore di laboratorio per meglio formare gli studenti. Si tratta di un punto importantissimo sul quale batterci poiché la formazione in Italia è carente, ed ancor più quella pratica. E’, dunque, d’obbligo fare in modo da poter elargire agli studenti l’esperienza necessaria per entrare nel mondo del lavoro subito dopo terminato gli studi. E una migliore formazione serve anche ad alzare gli standard di preparazione degli stessi studenti che possono, dunque, più facilmente concorrere per il suddetto principio di meritocrazia;
  4. Incentivi ad imprese, aziende ed Istituti di ricerca che offrono opportunità a neolaureati o laureandi: bisogna includere le aziende nel processo di funzionamento delle Facoltà Universitarie. In questo modo i manager potrebbero prendere parte a lezioni e case competitions, offrire corsi in partnership (uno dei corsi che il collega Gianluca Bellan ha frequentato alla CBS, Innovation and Knowledge, era sponsorizzato dalla Novo Nordisk, nota azienda farmaceutica), incentivare la competizione con lavori di gruppo piuttosto che favorire l’individualità nello studio sui libri. Così facendo le aziende stesse potrebbero contribuire a sviluppare un loro “vivaio”, tenendo d’occhio studenti interessanti con la possibilità di assumerli nelle loro aziende;
  5. Migliore impiego delle risorse pubbliche al fine di creare opportunità di crescita per gli studenti: un esempio potrebbe essere abbassare l’offerta delle 150 ore previste dai vari ESU per impiego negli uffici didattici ad 80 ore. In questo modo si impiegherebbero due studenti anziché uno, dando a più la possibilità di comunque fare esperienza anche all’interno dell’Università;
  6. Abbattimento del “monopolio culturale e didattico” della ormai centenaria docenza, offrendo più possibilità a giovani ricercatori; un esempio potrebbe essere la suddivisione delle ore offerte da un particolare corso tra il docente e i suoi ricercatori: il docente terrebbe lezioni teoriche, mentre i ricercatori si occuperebbero della parte pratica. Con questo punto si intende combattere la piaga dei docenti centenari titolari di numerose cattedre e, contestualmente, direttori di progetti di ricerca, il tutto a scapito di giovani ricercatori costretti, per anni, ad essere assistenti non retribuiti dei suddetti docenti per sperare in un futuro e poco probabile posto nella docenza universitaria;
  7. Istituzione di un maggior numero di progetti di ricerca su scala nazionale;
  8. Incentivi e sgravi fiscali per gli Enti pubblici e privati che si offrono di sovvenzionare progetti di ricerca;
  9. Contratti di inserimento per studenti fin dai primi anni di Università: contratti flessibili di impiego presso le aziende nel network dell’Università, così da appoggiare alla formazione teorica Universitaria la formazione pratica che verrebbe a consumarsi nel dopo-lezione, o nei giorni liberi dello studente. In questo modo lo studente imparerebbe ad organizzare la propria agenda, sentirsi al centro dell’attenzione, e sviluppare skills che sui libri non si sviluppano.
  10. Eliminazione dell’ammissione a numero programmato per le Università, chiaro impedimento del diritto allo studio e metodo antidemocratico per la scelta di futuri professionisti, ed istituzione di uno sbarramento fissato al II anno del corso di laurea caratterizzato dal superamento di un certo numero di esami ed il raggiungimento di un certo numero di CFU, stabiliti, a livello nazionale, per ogni singola facoltà. All’atto dell’iscrizione sarà, invece, effettuato un test NON a carattere selettivo, ma mirato solo a mettere in luce eventuali lacune dello studente che dovranno, poi, essere recuperate nell’arco degli stessi due anni, mediante la frequenza di specifici corsi
  11. Abolizione della formula 3+2 per alcune Facoltà scientifiche, così da consentire una migliore formazione dei giovani laureati e, soprattutto, ridurre spese pubbliche e private, giacché, il solo conseguimento della laurea triennale lascia il tempo che trova, e non consente, giustamente, al laureato di poter iniziare la carriera professionale, divenendo, così, causa di perdita di tempo e denaro. Sarebbe meglio, dunque, un ritorno alle lauree a ciclo unico, in cui lo studente consegue il titolo in un più ampio arco temporale prefissato che consente allo stesso una migliore gestione dei propri piani di studi evitando, così, il dramma del “fuori corso” che crea laureati troppo avanti con l’età e porta ad un eccessivo aumento delle spese per le tasse già di per sé elevate.

Fate le vostre proposte ed insieme cresceremo.

Giuseppe Annunziata
Gianluca Bellan

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di Dominic Salamone

Chi di noi non ha alzato gli occhi verso il cielo ed ha esclamato CHE BELLO PASSA UN AEREO!! Ma nessuno parla di quello che causano determinati aerei. Iniziamo a delineare le differenze tra scie chimiche e scie di condensa entrambe espulse dagli aeri.

Le scie chimiche sono scie costituite da Metalli Pesanti, principalmente alluminio, che restistono nell’aria da pochi minuti fino ad un paio di ore.  Sono particolarmente dannose per la salute del cittadino:  possono portare alla formazione di radicali liberi ma anche alla sterilità.

Le scie di condensa sono, invece, nuvole di vapore acqueo che si creano durante il passaggio dell’aereo e durano appena appena un minuto. Negli ultimi anni si sta svillupando una nuova forma di ingegneria: la GEO-INGEGNERIA. Molti climologi hanno affermato che il rilascio di queste sostanze come l’alluminio è importante per contrastare l’effetto serra: cosa assolutissimamente falsa! Questi progetti possono essere utilizzati per scopi bellici come nuove armi chimiche per decimare la popolazione di una determinata nazione.

Studi recenti hanno confermato l’ipotesi di una stretta correlazione fra le suddette scie chimiche ed il cosiddetto morbo di Morgellons. Si tratta di una patologia caratterizzata da una serie di sintomi cutanei quali prurito, fitte dolorose, apparente presenza di fibre sulla pelle o sotto la pelle, lesioni permanenti alla cute. Il consenso medico-scientifico non ha mai approvato la fondatezza delle ipotesi riguardanti il Morgellons, facendo rientrare questa sindrome, nella grande famiglia delle patologie legate a disturbi mentali, in particolare alla parassitosi allucinatoria.

Teorie complottiste (ma a mio avviso veritiere!)  sostengono collegamenti con le scie chimiche o con i rapimenti alieni. Nel programma radiofonico nordamericano “Coast to Coast”, che si occupa sovente di fenomeni paranormali e teorie del complotto, un dottore del Nuovo Messico affermò che un ex-agente della CIA gli avrebbe confidato che la presunta malattia sarebbe una creazione francese, risultato di un errore in un esperimento governativo e che avrebbe contaminato l’acqua (fonte: Wikipedia).

Secondo il neurologo Edward Spencer esiste una reale correlazione tra il Morgellons e la “polvere intelligente”  e la nefasta operazione delle “scie chimiche”, con cui sono diffusi i filamenti di polimeri sui quali si sofferma.

A tale proposito mi invito a visitare il sottostante link e perdere qualche minuto per visionare i video che vi propongo.

http://sonoconte.over-blog.it/article-il-morbo-di-morgellons-il-morbo-che-viene-dal-futuro-106890226.html

Vogliamo chiarezza! non possiamo vivere nell’oscurità. Il C.N.R ha ammesso non solo l’esistenza, ma ha specificato i danni che causano le scie chimiche.

 

 

La realtà di tutti i giorni, la nostra vita sta diventando giorno dopo giorno, anno dopo anno, sempre più tecnologica. Il cartaceo sta quasi definitivamente sparendo lasciando spazio ad insulsi e sterili pezzi di plastica “animati”.

Si tratta di un grande business di livello mondiale che, però, arricchisce sempre i soliti, a danno di molti.

Certo, il mondo del web è più economico e di più facile consultazione… ma quanto può essere conveniente una letterale “invasione” da parte di Internet? Quanto può essere utile un’ingresso così spropositato di questa tecnologia nella nostra vita reale?

Non credo che i vantaggi siano maggiori dei danni.

A breve finiremo con l’avere lo Spazio colmo di satelliti che ci spiano e rimandano sulla Terra solo “le informazioni che vogliamo”. Già ora numerosi programmi informatici, anche attraverso l’utilizzo dei social network, riescono a ricevere miriadi di informazioni sul nostro conto (piaceri, interessi, hobbies), così da proporci inserzioni pubblicitarie che sponsorizzino “proprio quello di cui siamo interessati”.

A quanti di voi arrivano e-mails o spam relativi a pubblicità di un determinato negozio o di un determinato marchio che, guarda caso, utilizzate o, almeno, del quale qualche giorno prima avete letto in rete? Ecco, tutto ciò è opera di questi cosiddetti cloud computing, un insieme di tecnologie che permettono di memorizzare, archiviare e/o elaborare dati (tramite CPU o software) grazie all’utilizzo di risorse hardware/software distribuite e virtualizzate in Rete.

Si tratta una bella e buona violazione della privacy del cittadino, poiché i dati così raccolti vengono conservati in database di aziende, spesso, residenti all’estero. Capite bene, dunque, che tali aziende utilizzano questi sistemi per svolgere attività di spionaggio industriale. Senza considerare il fatto che la raccolta di dati pubblici e la loro conservazione in archivi di un Paese diverso da quello in cui tali dati sono stati raccolti, è reato, e può causare la nascita di problemi economici e politici tra i paesi coinvolti.

Non bisogna più aspettare, dunque! Il controllo mediatico della popolazione mondiale è già cominciato. Certo, detta così potrebbe ricordare la trama un film di fantascienza, ma…ahimè, è realtà. Provate a ragionarci su un attimino ed a ripercorrere nella mente tutto quello che vi capita o che fate in una giornata… per quante di queste cose potete chiamare in ballo “Mr. Web”

Internet sta, ormai, diventando una vera e propria entità che, allo stesso modo dei nostri Signori Politici o dei facenti parte delle lobby, ci sta controllando!

A tale proposito, vi propongo, qui di seguito, il video di qualche anno fa che spiega in altri termini quello che in un futuro  molto prossimo ci accadrà.

Buona visione.

 

Giuseppe Annunziata
Dominic Salamone

C’è una proteina che è indispensabile per la diffusione di un tumore nel corpo. Senza di questa i malati non avrebbero il rischio di sviluppare metastasi letali. Si tratta della periostina che ha il compito di preparare il terreno alla diffusione dei tumori secondari. A isolarla è stato un gruppo di ricercatori dell’Istituto svizzero per la ricerca sperimentale sul cancro (Isrec) in uno studio pubblicato sulla rivista Nature. Gli stessi studiosi sono poi riusciti a creare un anticorpo per topolini che “spegne” la proteina rendendo impossibile per il cancro diffondersi in altri luoghi.

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Le metastasi sono spesso la causa principale dell’insorgenza di complicazioni o di morte per cancro. Da anni vengono studiate, ma solo i ricercatori svizzeri hanno il merito di averle osservate molto da vicino, tralasciando invece il tumore primario da cui hanno avuto origine.

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Il lavoro non è stato semplice. Infatti, non tutte le cellule tumorali possono diffondersi nel corpo e non sempre quindi danno luogo a metastasi. Sappiamo infatti da tempo che non tutte le cellule tumorali sono uguali e solo quelle conosciute co per il loro sviluppo.  Ma l’ambiente ideale da solo non basta ed è qui che entra in gioco la periostina. Solo in presenza di questa proteina è possibile per lecellule staminali del cancro sviluppare le metastasi.

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“Senza questa proteina“, ha sottolineato Joerg Huelsken, scienziato che ha coordinato lo studio, “la cellula staminale del cancro non può dar luogo a metastasi; invece essa scompare e rimane dormiente”.

La periostina esiste naturalmente come parte della matrice extracellulare e ha dimostrato di svolgere un ruolo chiave nello sviluppo fetale. Negli adulti, è attiva solo in organi specifici, come nelle ghiandole mammarie, nelle ossa, nella pelle e nell’intestino. Poi si rivela fondamentale per il tumore. I ricercatori svizzeri hanno infatti osservato che nei topolini che non hanno la periostina i tumori non sono riusciti a diffondersi.

“Abbiamo sviluppato“, ha detto Huelsken, ” un anticorpo che aderisce a questa proteina, rendendola inattiva, e speriamo in questo modo di essere in grado di bloccare il processo di formazione delle metastasi”.

Nel corso degli esperimenti, in cui è stata la periostina è stata bloccata, si sono registrati pochissimi effetti collaterali nei topi. “Questo non significa necessariamente che sarà lo stesso per gli esseri umani”, ha precisato il ricercatore svizzero. “Non siamo nemmeno sicuri se saremo in grado di trovare un anticorpo equivalente che funzionerà sugli esseri umani”, ha aggiunto.

Certo è che questa scoperta potrebbe rappresentare, in futuro, un’importantissima opzione terapeutica che potrebbe limitare una volta per tutte gli effetti devastanti di un tumore.

(fonte: Yahoo Notizie)

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LA REDAZIONE

di Giuseppe Annunziata

Classica, moderna, rock o disco, la musica ha sempre il suo fascino. E chi più, chi meno, l’ascoltiamo un po’ tutti, e tutti, prima o poi diciamo di non poterne fare a meno. Del resto, tra radio, iPod e telefoni cellulare, è sempre più difficile non sentire un brano musicale per più di un paio d’ore.

Ma chi realmente Ama la musica, in maniera del tutto generale, o meglio chi ha davvero l’orecchio sensibile alla musica?

Da un recente studio condotto dall’Università di Helsinki è emerso che sensazioni ed emozioni che si avvertono ascoltando un brano musicale, derivano da un fattore biologico. Spieghiamoci meglio. Secondo la Prof.ssa Irma Jarvela, che ha diretto lo studio, la predisposizione all’ascolto della musica è una questione genetica. Lo studio è stato condotto un campione di 31 famiglie, per un totale di 437 persone di età compresa fra i 9 ed i 90 anni. Tra questi c’erano musicisti, amanti della musica ed incompetenti in materia. E’ stato eseguito loro il test del DNA, poi sottoposto un questionario per valutare il rapporto con questa forma artistica. E da tali costatazioni è stata formulata la teoria della Jarvela.

Dunque, se una data melodia suscita una determinata reazione emotiva in un soggetto, secondo tale teoria, questo soggetto avrà un patrimonio genetico più ricettivo, su questo fronte.

La sensibilità verso la musica o le spiccate doti artistiche, quindi, non sarebbero frutto del contesto socio-culturale o familiare di un individuo, ma un vero e proprio dono innato derivante da una più “fortunata” predisposizione genica.

Nella fattispecie, si tratta di una relazione tra l’ascolto della musica e le varianti genetiche del recettore 1A della vasopressina arginina (AVPR1A), gene associato alla comunicazione sociale.

In Finlandia, dunque, credono che la sensibilità possa essere spiegata scientificamente. Sarà, ma le emozioni restano una vibrazione dell’anima e non la chimica di una qualche reazione!

di Francesca Saporito

E neppure il Digitale Terrestre è riuscito a fermare il duopolio Rai e Mediaset e a determinare un maggiore pluralismo dell’informazione.
In queste ore il commissario europeo per la Concorrenza Joaquin Almunia sta valutando se approvare o meno il piano del Ministro per lo Sviluppo Economico Paolo Romani.
Tale piano anzicchè aprire le frequenze a nuovi soggetti, determinando un rinnovamento e un ricambio della prospettiva dell’informazione televisiva, agevola ulteriormente le reti Rai e Mediaset.
Infatti l’assegnazione delle frequenze non sarà determinata attraverso un’asta, che potrebbe essere remunerativa per le casse dello Stato italiano fortemente indebolito dal debito pubblico e dalla crisi, ma mediante un singolare Beauty Contest.
Esso prevede che ai concorrenti venga assegnato un punteggio secondo alcuni requisiti tecnici e commerciali: il numero di dipendenti, il possesso di impianti per la trasmissione in chiaro, e l’esperienza nelle reti televisive.
Già da quanto appena scritto si comprende senza tanti problemi quali società saranno privilegiate nell’assegnazione.
Inoltre, la graduatoria sarà suddivisa in base a tre lotti di frequenze (A, B e C), messi all’asta: la prima tranche (tre frequenze in palio) è riservata solo ai nuovi entranti, Rai e Mediaset potranno invece gareggiare per la seconda ( che assegna due segnali) e che insieme con i criteri con cui si macinano punti, è scontato che il duopolio Rai-Mediaset conquisterà una ricchissima frequenza.
Che ne sarà del rispetto dell’articolo 21 della Costituzione Italiana? A cosa è servito il passaggio al Digitale terrestre? Cosa guadagneranno i cittadini italiani dall’approvazione di questo piano?
Vero è che Rai e Mediaset sono troppo legate alla loro poltrona, da non riuscire a rinunciare al potere ottenuto ma il mio pensiero va a quel diritto alla libertà di espressione che si fonda sull’uguaglianza, diritto riconosciuto agli Italiani in quel lontano 1948 e che dopo ben 63 anni non è stato ancora rispettato.
Il digitale terrestre infatti ha mostrato la sua reale faccia, rivelandosi come uno strumento per permettere ai magnati della tv di aumentare il loro potere economico, politico e manipolatorio. Unica nostra speranza rimane Internet, un marasma di contenuti nei quali però è difficile orientarsi vista la difficoltà di verificare l’attendibilità delle fonti e la veridicità delle notizie. Inoltre se si tiene conto del digital divide, una fetta della popolazione rischierà comunque di essere inadeguatamente informato.