Archivio per la categoria ‘1.2 fitness&benessere’

Come promesso, lascio in questa nota alcune semplici ricette per preparare degli ottimi dentifrici direttamente a casa vostra, senza eccessive spese e senza utilizzare sostanze nocive al nostro organismo.

Premetto col dire che l’aspetto finale del prodotto non sarà eccezionale, ma meglio utilizzare un prodotto brutto da vedersi ma efficace e senza effetti collaterali.

LA SALUTE PRIMA DI TUTTO! 

…e mi raccomando, dopo aspetto i vostri feedback!!! Voglio sapere come vi siete trovati!

Buona sperimentazione a tutti
Giuseppe Annunziata

Ricetta 1: Dentifricio Classico

Ingredienti:

  • Salvia essicata 3 cucchiaini
  • Menta essicata 2 cucchiaini
  • Sale un pizzico
  • Bicarbonato di sodio 3 cucchiaini
  • Tea Tree Oil  5 gocce
  • Glicerina vegetale (la trovate in farmacia o erboristeria, anche chiamato glicerolo) quanto basta

Procedimento:

Con un mortaio pestate le foglie secche e il sale fino a rendere il tutto una polverina, poi aggiungete il bicarbonato, mescolate, aggiungente la glicerina fino ad avere la consistenza desiderata (di solito qualche cucchiaio) e poi aggiungete le gocce di olio essenziale.

La glicerina darà una consistenza pastosa al composto, che assumerà le sembianze di un vero e proprio dentifricio sbiancante naturale; inoltre, farà sì che gli ingredienti si amalgamino perfettamente e non vadano a graffiare lo smalto dei denti con la loro granulometria.

Con le quantità indicate ne otterrete circa 50 ml che ad una persona bastano circa 2 mesi, infatti ne basta poco sullo spazzolino.

Consigli:

Io uso il sale rosa dell’Himalaya che è più puro e dal sapore meno forte.

Per ottenere un risultato ottimale usate ingredienti biologici.

Ricetta 2: Dentifricio in polvere Azione Totale (non adatto a denti sensibili)

Ingredienti:

– Bicarbonato di sodio 2 cucchiaini (sbianca e neutralizza l’acido prodotto dai batteri che corrode lo smalto)

– Cenere di legno filtrata 2 cucchiaini (contiene idrossido di potassio che disinfetta e sbianca)

– Salvia essiccata 2 cucchiaini (proprietà antisettiche e nota per i benefici di denti e gengive)

– Menta essiccata 1 cucchiaino (se volete potete inserire la Malva che ha la proprietà di curare le infiammazioni del cavo orale)

– Timo essiccato 1 cucchiaino (antibatterico e sbiancante)

– pizzico di sale

– Olii essenziali a piacere, da preferire quelli di Menta, Tea Tree, Neem, Chiodi di garofano

Procedimento:

Con un mortaio pestate le foglie secche e il sale fino a rendere il tutto una polverina, poi aggiungete il bicarbonato e la cenere.

Mescolate.

Aggiungete a piacimento olii essenziali.

Avete ottenuto un potente e naturale dentifricio in polvere!

Bagnate la punta dello spazzolino e immergetelo nel dentifricio: ne basta poco per ottenere dei denti lucidi e puliti.

Con le dosi sopra dovrebbe durarvi 1-2 mesi.

Ricetta 3: Dentifricio denti sensibili

Ingredienti per 100 g di prodotto:

– 70 g di argilla verde ventilata- 5 g di foglie di salvia essiccate e ben triturate (devono essere quasi polverizzate)- Acqua (meglio distillata) quanto basta- 15 gocce di olio essenziale di salvia- 10 gocce di olio essenziale di menta piperita- 15 gocce di tea tree oil- 10 gocce di olio essenziale di chiodi di garofano

– siringa per dolci

– tubetto di dentifricio vuoto accuratamente lavato e disinfettato con alcool puro (per uso alimentare)

Procedimento:

Versate l’argilla e le foglie sminuzzate di salvia in un ciotolino di plastica ed amalgamate con l’acqua distillata fino ad ottenere un impasto morbido ed omogeneo (la consistenza deve essere simile a quella del comune dentifricio), via via aggiungete gli oli sempre continuando a mescolare il preparato, infine aggiungete la tintura di chiodi di garofano e quando tutti gli ingredienti si son bene amalgamati riempite la vostra siringa per dolci con questo impasto ed aiutandovi col beccuccio sottile (quello per le iscrizioni al cioccolato per intenderci) riversate il tutto nel tubetto  vuoto di dentifricio, tappate, etichettate ed iniziate ad usarlo quotidianamente, sostituendo la pasta dentifricia che utilizzate di solito.

Spiegazione degli ingredienti:

L’ Argilla Verde reperibilissima in qualsiasi erboristeria ed anche piuttosto economica è antisettica, antitossica, assorbente, battericida, disinfiammante, cicatrizzante ed energizzante, niente di meglio per una bocca sana ed un sorriso smagliante. Utilizzata come ingrediente principale del nostro dentifricio rende i nostri denti bianchissimi e le nostre gengive più forti.

La Salvia Officinalis è uno dei più antichi dentifrici. Le foglie venivano strofinate su denti e gengive con poco sale in polvere. La sapevano lunga i nostri avi!!!!! Stimolante, rivitalizzante, antisudorifera, antibatterica, antinfiammatoria, antiossidante, calmante ed emolliente, la salvia viene usata spesso in caso di infiammazioni della bocca e della faringe.

La Menta Piperita con la sua azione anestetica, rinfrescante, tonificante, stimolante e leggermente astringente non manca mai nei comunissimi dentifrici.

Il Tea Tree Oil è un eccellente antibatterico, disinfettante, antimicotico ed antiparassitario ed è molto utile l’uso quotidiano per mezzo di gargarismi o sciacqui per l’igiene orale.

Chiodi di Garofano con la loro energica azione antisettica, antinevralgica, antispasmodica vengono ancora oggi utilizzati per lenire il mal di denti; basta qualche goccia di olio essenziale o tintura sul dente dolente per avere un immediato sollievo!!!

Fonte: http://impatiens-magicanatura.blogspot.com/2011/09/dentifricio-fatto-in-casa.html sito molto bello che consiglio di visitare!

Ricetta 4: Pasta dentifricia classica

Ingredienti:

– 5 cucchiaini di bicarbonato di sodio in polvere- 5 foglie di salvia fresca- 5 foglie di menta fresca- 2 cucchiaini colmi di xilitolo granulare- 1 capsula molle di vitamina E (Ephinal 300)- 2 cucchiaini di gomma arabica in polvere

Procedimento:

Cogliete, lavate e tritate le foglie di salvia e di menta e mettetele in una ciotolina. Portate a bollore una piccola quantità di acqua, pari a circa una tazza da tè. Non appena l’acqua inizierà a bollire spegnete il fuoco e mettete in infusione le foglie di salvia e menta tritate in precedenza. Attendete 4 o 5 minuti e filtrate l’infuso. Prendete la capsula di vitamina E e bucatela con uno spillo, spremetela facendo cadere il contenuto nell’infuso ancora caldo e mescolate energicamente. Ora sciogliete lo xilitolo nel liquido mescolando fino a completa dissoluzione. A questo punto versate nel liquido il bicarbonato e la gomma arabica mescolando il tutto finchè non comincerà ad addensarsi, se è ancora troppo fluido aggiungete un altro cucchiaino di gomma arabica, mescolate e lasciate raffreddare per bene. Il dentifricio è pronto per l’uso!

La gomma arabica può essere acquistata nei colorifici e nei negozi di belle arti, lo xilitolo invece potete ordinarlo QUI, mentre la vitamina E si compra in farmacia.

Spiegazione degli ingredienti:

La colpa maggiore della formazione della carie sui denti appartiene all’acidità che si forma nel cavo orale tramite la fermentazione aerobica dei batteri presenti nella bocca, che digerendo gli zuccheri li trasformano in CO2 e acido acetico, l’acido corrode lentamente lo smalto mettendo a nudo la dentina sottostante. Il bicarbonato serve quindi a neutralizzare l’acido acetico nel momento stesso in cui si forma, contribuendo inoltre a creare per lungo tempo un ambiente alcalino e inoltre la sua discreta abrasività aiuta molto la pulizia dei denti, lasciandoli lisci e perfettamente puliti.La salvia possiede note proprietà benefiche sulle gengive e la menta rinfresca l’alito.La vitamina E serve più che altro come conservante, per evitare l’ossidazione degli elementi estratti dalle erbe usate per fare l’infuso.Lo xilitolo è l’unico zucchero naturale che i batteri non possono metabolizzare, quindi agisce da dolcificante che però non contribuisce a cariare i denti. Certo, usarlo per farne dentifricio è quasi sprecato ma non ne serve molto, in fondo.La gomma arabica è una miscela di resine vegetali commestibili molto usata nell’industria come addensante e anche per fare i chewing-gum. In questo caso serve, appunto, per rendere più denso e pastoso il preparato.

 

Ricetta 5: Dentifricio in polvere

Sentir parlare di dentifricio in polvere per chi ha l’abitudine di usare quello nel tubetto è davvero strano, ma sappiate che la ricetta di questo prodotto è la più nota tra i cultori dell’autoproduzione.Basta procedere con l’essiccazione, in un luogo asciutto e ombroso, di una manciata di foglie di salvia e timo che a loro volta andranno sbriocalate per essere unite a due cucchiai di bicarbonato di sodio.A seguire mescolate il tutto con due cucchiai di argilla bianca o caolino aggiugendo all’impasto qualche goccia di olio essenziale alla menta, quest’ultimo donerà una nota rinfrescante e svolgererà un’azione antisettica.Trasferite il preparato in un vasetto di vetro con il coperchio e dopo aver rimescolato bene il tutto unite qualche chiodo di garofano intero sparso in mezzo alla polvere, per favorire la conservazione dell’impasto.Se avete dei denti sensibili vi consigliamo di aumentare la quantità di argilla bianca e diminuire quella del bicarbonato.

Importante: Non mettete lo spazzolino bagnato nell’impasto per evitare contaminazioni batteriche, servitevi di un cucchiaino di legno asciutto per prelevarne una piccola quantità e stenderla sullo spazzolino.Il dentifricio in polvere ha una durata maggiore di quello nel tubetto, sia per la quantità ridotta che utilizzeremo, che per la conservazione degli elementi di cui si compone.

Fonte: http://stilenaturale.com

 

Ricetta 6: Dentifricio bocca e denti sensibili

Ingredienti:

– Bicarbonato di sodio 1 cucchiaino

– Olio di Neem 5 gocce

– Olio di Tea Tree 5 gocce

– Olio di Menta Piperita 5 gocce

– Glicerina quanto basta

Procedimento:

Mescola il tutto per creare una pasta dalla consistenza che ti sembra più gradevole.

Consigli:

Se desiderate renderlo più dolce, aggiungete un pò di xilitolo in polvere derivante dalla corteccia della betulla. Questo componente potete trovarlo spesso nei dentifrici naturali commerciali.

Ricetta 7: Dentifricio Sbiancante all’Aloe Vera

Ingredienti

  • Polpa di Aloe Vera 1 cucchiaio
  • Bicarbonato di sodio 1 cucchiaio
  • Acqua Ossigenata 5 gocce

Procedimento

Procedete con l’estrarre la polpa dell’aloe vera presente all’interno delle sue foglie e mettela in un recipiente, tritatela finemente aiutandovi con una forchetta. Se non avete la foglia potete acquistare il succo in vendita in alcuni supermercati o erboristerie.

A questo impasto unite l’acqua ossigenata ed il bicarbonato. Mescolate il tutto facendolo amalgamare e spazzolate i vostri denti con la pasta che hai ottenuto ed il gioco è fatto avrete in poco tempo dei denti bianchissimi.

Consigli

aggiungete bicarbonato o aloe se l’impasta risulta troppo liquido o denso.

 

Ricetta 8: Dentifricio Sbiancante alla Cenere

Ingredienti:

  • Cenere di legna filtrata 2 cucchiaini (contiene l’idrossido di potassio, uno sbiancante naturale dei denti )
  • Succo di Limone 2 cucchiai
  • Sale un pizzico

Procedimento:

Filtrare la cenere rimasta dalla legna con un passino o una calza. Mescolare tutti gli ingredienti. Se la cenere non si amalgama completamente spremere altro limone.

Consigli:

Usare 2 volte a settimana come trattamento sbiancante.

(fonte: http://dioni.altervista.org)

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di Giuseppe Annunziata

Con l’arrivo dell’estate si risveglia il “buon senso” di molti che spinge a seguire diete dimagranti più o meno attendibili dal punto di vista scientifico e salutare della cosa. Spesso, infatti, si è mossi dal volersi redimere dai tanti peccati di gola commessi durante i periodi freddi, più per il bell’aspetto in spiaggia che per la salute in sé.

Siti internet e giornali di tendenza ci bombardano di nuove “pseudo-diete” che promettono cali di peso inattesi e, il più delle volte, chiedendo molti sacrifici da parte nostra.

Ma quanto fanno bene alla salute questi regimi alimentari?

La dieta dimagrante non è, di certo, un metodo fai-da-te per perdere peso, bensì uno stile che deve essere ben controllato da un professionista, al fine di evitare spiacevoli inconvenienti o, addirittura, danni provocati da diete spropositate.

Un corretto piano alimentare prevede l’assunzione quotidiana di tutti i nutrienti essenziali al giusto funzionamento dell’organismo. Una carenza di proteine induce, ad esempio, l’organismo a procurarsi gli amminoacidi per la produzione di energia dai muscoli determinando, così, un calo della massa muscolare.

Uno scarso apporto di vitamina D (dovuto a mancata esposizione al sole o mancata assunzione di tuorlo d’uovo, latte ed olio di pesce – ottime fonti alimentari di questa vitamina) è responsabile di alcuni disturbi a livello delle ossa come osteomalacia (negli adulti) e rachitismo (nei bambini) il ché favorisce l’insorgenza di osteoporosi, in quanto la carenza di questa vitamina compromette la mineralizzazione ossea.

E ancora, un’insufficiente apporto di vitamina C (abbondante in vegetali a foglie verdi ed agrumi) è responsabile dell’insorgenza dello scorbuto, condizione patologica caratterizzata da un’indebolimento del tessuto connettivo che presenta come sintomi lesioni della pelle, debolezza muscolare, gengive gonfie e sanguinanti, stanchezza.

Altrettanto importante e degno di nota, è la carenza di un’altra classe di alimenti: i carboidrati.

Il fabbisogno giornaliero di carboidrati, per un uomo del peso di 70 Kg è di circa 180 gr (720 calorie). Benché l’apporto calorico possa sembrare elevato, un insufficiente consumo di carboidrati è responsabile della formazione dei tanto famigerati corpi chetonici.

A seguito della degradazione degli acidi grassi (attraverso un processo detto beta-ossidazione, fondamentale per la produzione di energia) viene generato l’acetil-CoA il quale, poi, entra nel ciclo dell’acido citrico (detto anche Ciclo di Krebs) per essere ulteriormente ossidato al fine di consentire la produzione di energia chimica, sotto forma di molecole di ATP. L’ingresso dell’acetil-CoA nel suddetto ciclo dipende, però, da un corretto equilibrio fra la degradazione degli acidi grassi e quella dei carboidrati poiché, per poter essere metabolizzato, l’acetil-CoA deve prima condensare con l’ossalacetato, derivato dal metabolismo del piruvato, prodotto finale della glicolisi, il processo degradativo dei carboidrati. Se l’apporto di carboidrati non è adeguato, le concentrazioni di ossalacetato si abbassano, dunque, l’acetil-CoA non può combinarsi con esso per entrare nel ciclo di Krebs. In queste condizioni si generano i corpi chetonici.

I corpi chetonici sono l’acetone, acetoacetato ed il D-beta-idrossibutirrato. L’acetone è molto volatile e viene eliminato attraverso la respirazione, gli altri due, invece vengono trasportati nel sangue ed ossidati nel ciclo di Krebs.

Essendo una macchina perfetta, il nostro organismo riesce, in prima battuta, a compensare questa iniziale produzione di corpi chetonici mettendo in atto una serie di meccanismi di regolazione che consentono una interconversione di queste specie chimiche in acetil-CoA che può entrare nel ciclo dell’acido citrico, permettendo, in questo modo, una produzione di energia da parte dei tessuti extra-epatici e non dallo stesso fegato che li ha prodotti.

Quando, però, le concentrazioni di corpi chetonici aumentano si possono generare alcune condizioni patologiche più o meno serie, tra cui l’acidosi e la chetosi.

L’acidosi è una condizione caratterizzata da un abbassamento dei valori di pH del sangue. Quella strettamente legata ad un aumento della concentrazione dei corpi chetonici è detta acidosi diabetica e presenta svariati sintomi come nausea, vomito, tachipnea, ipotensione, shock cardiogeno, aritmie, fino ad arrivare – nei casi limite – al coma.

La chetosi (detta anche acetonemia) è una condizione che si manifesta essenzialmente in età pediatrica e nei diabetici non controllati. Si tratta di soggetti con alterato metabolismo glucidico che conduce ad una prolungata condizione di ipoglicemia, a sua volta compensata  da un’attiva gluconeogenesi (sintesi di glucosio) che utilizza gli intermedi del ciclo dell’acido citrico, sottraendoli a tale processo e, quindi inibendone l’attività. L’eziologia della chetosi è ritrovabile in infezioni, abuso di alcol, pancreatite, infusione i.v. di destrosioipoglicemia, gravidanza, durante il digiuno prolungato, in grave carenza di carboidrati, sia per regime alimentare sbagliato che per intenso consumo (attività fisica prolungata). 

Segni e sintomi possono essere vari. Si possono manifestare: stanchezza, poliuria, sete, polidipsia, crampi, aritmie cardiache, sonnolenza, perdita di peso, bradipnea, disidratazione, ipotensione, disfunzioni cerebrali, perdita della massa muscolare. Altro segno caratterizzante una condizioni di chetosi è l’inconfondibile odore di aceto dell’alito di un soggetto diabetico, dovuto proprio alla produzione di acetone che, come abbiamo detto, viene eliminato con la respirazione.

Da quanto detto si evince che la chetosi rappresenta un’importante condizione patologia che, in alcuni casi limite, può condurre anche alla morte.

Saper discernere, quindi, tra diete più o meno fattibili in termini di salute, è requisito fondamentale per mantenere un adeguato stato di benessere generale.

Diffidate, quindi, da diete miracolose che vi promettono cali assurdi e tempestivi di peso o vi propongono prolungati digiuni, e tenete sempre a mente che per dimagrire, bisogna imparare a mangiare sano!

di Giuseppe Annunziata

Che il sesso facesse bene alla salute è cosa risaputa. Non servirebbero certo ulteriori articoli divulgativi per sapere che il nostro tanto amato amplesso permette di bruciare tante calorie. Affanno, spasmi, contrazioni muscolari e respirazione accelerata, consentono un consumo di circa 150 calorie per 20 minuti di prestazione.

Ma cosa sappiamo riguardo agli aspetti psichici e psicosomatici del sesso?

A quanto pare, il buon sesso aiuterebbe a superare nel migliore dei modi stati di paura, ansia e stress!

A dichiararlo sono diversi studi (effettuati presso l’Università di Paisley in Scozia e l’Università Groningen in Olanda), secondo i quali il sesso sarebbe un ottimo alleato in tali momenti di squilibrio. I ricercatori olandesi hanno, infatti, dimostrato che durante l’orgasmo, nel cervello, vengono inattivare quelle aree associate a sensazioni di allerta e paura, motivo, questo, della sensazione di rilassamento a seguito del raggiungimento del massimo piacere. L’orgasmo, inoltre, consentirebbe a mente e corpo di entrare in uno stato di trance che ci tiene lontani dall’ansia.

Secondo gli psicologi dell’Università scozzese, invece, a seguito di uno studio condotto su 46 volontari (24 donne e 22 uomini), il sesso aumenterebbe la concentrazione e, come per lo studio olandese, aiuterebbe a reagire come meno ansia allo stress. Dopo aver opportunamente valutato frequenza e costanza dei rapporti sessuali, ai volontari sono state sottoposte varie prove, quali un compito di aritmetica da risolvere a voce alta o un discorso in pubblico. I risultati hanno dimostrato che i soggetti che avevano dichiarato di avere avuto solo rapporti sessuali completi, al momento della prova registravano minori sbalzi di pressione sanguigna rispetto alle persone che invece si erano fermate ai rapporti orali o alla masturbazione (di coppia). Le peggiori performance in fatto di stress sono state quelle degli astinenti.

Sarà forse questo il motivo per il quale un nostro noto politico si divertiva ad intrattenere numerosi intrallazzi amorosi durante il suo mandato? In effetti, era piuttosto sicuro di quello che diceva (ahimè!) durante i suoi comizi!

Scherzi a parte, secondo i ricercatori, questi vantaggi del sesso derivano dalla stimolazione di alcuni nervi posti nella vagina e dall’effetto calmante dell’ossitocina, un ormone che viene rilasciato soprattutto durante la penetrazione.

…fare sesso, quindi, si rivela essere un potentissimo antidepressivo, ansiolitico e un poderoso anti-stress.

A.I.F.F.
Associazione Italiana Fitoterapia e Fitofarmacologia

Secondo la teoria delle signature la Melissa è pianta di Venere per eccellenza, cioè pianta medicinale per i disturbi femminili. Infatti, conosciuta fin dal Medioevo per le sue proprietà antiisteriche e sedative, è capace di curare disturbi gastrici e nausee da ipereccitabilità, amenorree e dismenoree di origine psichica.

Curiosità: La Melissa è anche conosciuta come Cedronella, Erba limona o Erba cedrata. Nel X secolo gli arabi la utilizzano come cordiale e contro la malinconia. La melissa entra nella composizione della “chartreuse” del “bénédictine”.

La Melissa è uno degli ingredienti della nota “Acqua antisterica dei Carmelitani Scalzi”, rimedio utile in caso di insonnia ed eccitazione nervosa.

Un po’ di storia: il nome Melissa deriva dalla radice indoeuropea “Mel”, la stessa da cui proviene il termine “miele”. La sua è una storia antica, essendo stata coltivata da molte civiltà, come gli Arabi, i Romani, Francesi, che già ne conoscevano le molte proprietà curative. In greco significa pianta delle api, a dimostrare la predilezione che questi insetti hanno per la pianta. Durante il medioevo la melissa conobbe un periodo di fama come erba medicinale, infatti, Carlo Magno ne aveva ordinato la coltivazione nei giardini medicinali del regno

Botanica: la Melissa fa parte della famiglia botanica delle Lamiaceae (o Labiatae) che comprende circa 3.000 specie diffuse in aree temperate e nella regione mediterranea. Si tratta di piante prevalentemente erbacee, ma non mancano suffrutici e piccoli arbusti. I fusti giovani sono a sezione quadrangolare; le foglie sono opposte, spesso verticillate o semplici e prive di stipole. Le infiorescenze sono formate da gruppi di cime più o meno contratte, riuniti a formare strutture con aspetto simile a spighe o più raramente a capolini. I fiori, ermafroditi e zigomorfi, hanno calice gamosepalo e corolla gamopetala, con le basi dei petali saldate in un tubo che si apre con labbro superiore formato da due petali e in uno inferiore formato da tre petali.

Habitat: terreni freschi, incolti dal piano alle zone montane, intorno a boschi e lungo le siepi.

Parti utili: si utilizzano, a scopo terapeutico, foglie e sommità fiorite (Melissae folia F.U.I. IX)

Principi attivi: Olio essenziale (0,05-0,1%, prodotto dai tricomi ghiandolari) contenente citronellale, citrale a e b, acetato di eugenolo e geraniolo, altri mono e sesquiterpeni (beta-cariofillene, germacrene D). Acidi triterpenici (ac.ursolico, ac.oleanolico, ac.pomolico). Acidi polifenolici con legame glicosidico (ac.rosmarinico, ac.clorogenico, ac.caffeico, ac.ferulico, ac.protocatechico). Flavonoidi (luteolina, luteolin 7-O-beta-D-glucopiranoside, apigenin 7-O-beta-D-glucopiranoside, luteolin-7-O-beta-D-glucuronopiranoside, luteolin 3’-O-beta-D-glucuronopiranoside, luteolin 7-O-beta-D-glucopiranoside-3’-O-beta-D-glucuronopira-noside, quercitroside, rhamnocitrina, isoquercitrina, cinaroside. ramnazina). Tannini; polisaccaridi.

Proprietà curative: antispasmodica,  coleretica, emmenagoga, antibatterica, afrodisiaca, antiacida, ansiolitica, sedativa. Recentemente è stato dimostrato che flavonoidi e triterpeni esercitano anche un’azione antistaminica. L’acido rosmarinico, presente anche in altre Lamiacee, possiede un’ AZIONE ANTITIROIDEA impedendo il legame dell’ormone ipofisario stimolante della tiroide (TSH) con i recettori di membrana specifici. La frazione polifenolica ed alcuni componenti dell’olio essenziale dimostrano invece una ATTIVITA’ ANTIVIRALE specifica contro Herpes virus. L’olio essenziale possiede PROPRIETA’ STOMACHICHE E CARMINATIVE stimolando inoltre la coleresi (secrezione biliare) e la diuresi, utili in caso di indigestione, crampi addominali e flatulenza.

Indicazioni terapeutiche: Stati neurotonici degli adulti e dei bambini. Sindromi ansiose e ansiose-depressive. Disturbi del sonno di origine nervosa. Disturbi funzionali gastrointestinali (nevrosi gastrointestinali quali dispepsia, aerofagia, flatulenza, nausea, vomito, gastrite, ulcera peptica, spasmi gastrointestinali), piccola insufficienza epatica, discinesie biliari. Manifestazioni dolorose di origine nervosa (psicosomatismi cardiaci quali palpitazioni, extrasistoli, tachicardia), vertigini, ronzii ed acufeni psicogeni originati da stress ed emozioni, emicranie di origine nervosa. Distonie neurovegetative della menopausa e della sindrome premestruale (dismenorrea), forme algiche in genere. Herpes labiale.

Controindicazioni ed effetti collaterali: ipotiroidismo; l’OE in dosi eccessive può provocare irrigidimento e sonno con rallentamento del respiro, ipotensione.

L’essenza pura di Melissa è considerata uno stupefacente ma poco tossica ed in piccole dosi provoca torpore e rallentamento dei battiti cardiaci.

Applicazioni:

  • Estratto Fluido           15 gocce 3 volte al giorno
  • Estratto Secco            200-300 mg 2 volte al giorno
  • Infuso di: Foenicum v., Citrus a., Genziana l., Melissa o., Valeriana o., Angelica a. – per l’aerofagia;
  • Infuso di: Achillea m., Angelica a., Cinnamomum z., Matricaria r., Melissa o., Passiflora i., Vaccinum m. – per il trattamento della colite;
  • Infuso di: Hypericum p., Hyssopus o., Melissa o., Rosmarinus o. – per il trattamento della depressione;
Bibliografia
– C. Di Stanislao, O. Iommelli, L. Giannelli, G. Lauro – “Fitoterapia comparata” – Massa Editore
–  “Enciclopedia della Fitoterapia” – Ed. Riza
– “Erbe buone per la salute” – Ed. Giunti Demetra
– “Guida alla Medicina Naturale” – Ed. Selezione
– C. Monti – “Le erbe aromatiche e le spezie. Cucina, salute e bellezza” – Ed. Xenia
– “Natura&Salute” – Ed. De Agostini
– “I miei fiori e le mie piante” – Alberto Peruzzo Editore
– G. Pasqua et al. “Botanica generale e diversità vegetale – II edizione”  – Piccin
– Altre fonti: web

Giuseppe Annunziata

LIVING ON AIR MAGAZINE NON DA’ CONSIGLI MEDICI

Nozioni ed informazioni fornite in questa rubrica hanno fine esclusivamente illustrativo e non permettono di acquisire l’esperienza necessaria per il loro utilizzo. Questa rubrica, pertanto, conserva solo l’intento di diffondere la pratica delle terapie naturali, senza tentare di offrire un consulto medico o di sostituirsi all’opinione di uno specialista!
A CIASCUN PROPRIA FATICA!

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di Giuseppe Annunziata

Comuni disturbi di origine gastrointestinale – nausea, vomito, diarrea, dolori addominali, meteorismo – possono avere un’eziologia sicuramente da ricercare in eventuali Intolleranze alimentari. La statistica clinica ne riporta un gran numero di casi che, fino a pochi anni fa, venivano riuniti sotto la diagnosi di allergia alimentare o, in mancanza di riscontri di natura biochimica, in sindrome psicosomatica. Malgrado talune manifestazioni organiche (eritemi cutanei, affaticamento muscolare, emicrania) palesassero da tempo un interessamento gastrointestinale o, quantomeno, alimentare, solo nel 1991 l’allergologo Allen P. Kaplan descrisse con esattezza la differenza che intercorre tra allergie ed intolleranze alimentari, indicando quest’ultime come allergie non allergiche, sottolineando l’aspetto patologico di interesse immunologico.

Inutile, ora, soffermarci sulla triste diatriba che esiste, in materia di Intolleranze alimentari, fra gli operatori del settore, più o meno vicini alla visione olistica della Medicina, che non riconoscono in toto tale fenomeno, in quanto non supportato da sufficienti prove di carattere scientifico, nonostante la letteratura clinica abbia riservato un piuttosto ampio capitolo a riguardo.

E’, tuttavia, necessario tener presente che si tratta di un fenomeno in largo sviluppo (circa il 40% della popolazione soffre di intolleranze alimentari o lo sospetta) e, per quel che riguarda la fisiologia, diverso da quello delle allergie.
Le allergie rappresentano il risultato di una risposta immunologica anomala che si verifica dopo che l’organismo sia venuto a contatto con una o più sostanze apparentemente innocue, ingerite od inalate. Si tratta, dunque, di una reazione immuno-mediata, costituita da meccanismi di ipersensibilità immediata. Tale reazione è dovuta alla produzione, da parte dei globuli bianchi, di anticorpi (gamma-globuline ed Immunoglobuline) che, legandosi all’antigene, lo inattivano. Nel caso delle allergie alimentari, le Immunoglobuline coinvolte sono le IgE: queste vengono sintetizzate a seguito della prima ingestione poi, in caso di seconda assunzione, reagiscono in maniera diretta con l’alimento producendo istamina. Il manifestarsi di un’allergia è, quindi, dovuto ad un’anormale capacità di produrre IgE specifiche in presenza di naturali antigeni introdotti in maniera fisiologica. La sintomatologia legata alle allergie è molto variabile e può interessare diversi organi ed apparati: si va da un interessamento della mucosa orale – con orticaria, gonfiore o edema –  alla regione oculare –  con sintomi di congiuntivite, lacrimazione ed edemi palpebrali – ed ancora all’apparato respiratorio – con episodi di asma bronchiale. Il quadro clinico di maggiore importanza è rappresentato dall’anafilassi sistemica manifestata da disturbi gatrointestinali (nausea, vomito, diarrea, dolori addominali, prurito, orticaria) con successivo interessamento delle vie respiratorie (edema della glottide e laringospasmo); il culmine è il collasso cardiocircolatorio, o shock anafilattico.

Non del tutto differente è il tipo di reazione legata ad un’Intolleranza alimentare. Sicuramente si tratta di una reazione non IgE-mediata della quale non è possibile dimostrare una patogenesi immunologica. Numerosi studi clinici hanno, tuttavia, evidenziato un interessamento del sistema anticorpo-antigene a carico delle IgA. A differenza delle allergie, le Intolleranze alimentari sono dose-dipendente e con eziologia legata ad un aumentato passaggio di macromolecole antigeniche per alterazione della mucosa intestinale, conseguenza di fenomeni di disbiosi con presenza di candidosi nella mucosa del medesimo viscere e, relativo accumulo tossinico a carico di uno o più organi emuntori. In presenza di tale situazione è, quindi, compromesso il sistema immunitario intestinale. Un’ulteriore differenza è rappresentata dalla mancata immediatezza della reazione conseguente all’ingerimento dell’antigene e da una scomparsa dei sintomi nel momento in cui esso viene eliminato.

Le cause dell’insorgenza di intolleranze alimentari sono varie:
– condizioni genetiche (il figlio di due persone con intolleranze alimentari avrà il 40-60% di possibilità di contrarre anch’esso un’intolleranza alimentare);
– sostituzione, durante la prima infanzia, del latte materno con altro latte di origine animale o vegetale;
– svezzamento precoce;
– disturbi della digestione e dell’assorbimento di carboidrati, proteine e lipidi;
– ingestione di alimenti ricchi di ammine vasoattive, come tiramina ed istamina (formaggi fermentati o stagionati, salmone, aringhe, sardine, tonno, acciughe, sgombro, insaccati, fegato di maiale, pomodori, spinaci, bevande fermentate) o liberatori di istamina (pomodori, fragole, crostacei e frutti di mare, albume d’uovo, cioccolato, alcuni tipi di pesce ed alimenti in scatola);
– deficit enzimatici (deficit di lattasi nell’intolleranza al lattosio);
– presenza di sostanze tossiche naturali (aflatossine nei cereali) o aggiunte (coloranti ed additivi);
– effetto farmacologico indesiderato (causato dall’ingerimento di sostanze nervine);
– ipersensibilità a farmaci ed alimenti;
– azione fermentante su alcuni substrati ad opera della flora batterica del colon (vino ed alcolici);
– stress persistente e sensibilità cerebrale.

Nonostante l’eziopatogenesi differente, esiste una correlazione fra Intolleranze alimentari ed allergie. In primo luogo, un sovraccarico alimentare può, dopo lunghi periodi in cui si è sviluppata un’intolleranza, evolversi in allergia; in secondo luogo, le Intolleranze alimentari possono essere fenomeni predittivi dello sviluppo di allergie ad inalanti. (Calkhoven et al. 1991; Kemeny et al. 1991; Hidvegi et al. 2002).

Sia in caso di allergia che di intolleranza alimentare, si verifica una reazione avversa al cibo. Tali reazioni sono classificate in maniera differente da vari autori. L’Accademia Europea di Allergologia ed Immunologia Clinica classifica le reazioni avverse al cibo in: tossiche (che non dipendono dall’individuo ma dalla dose) e non tossiche (che dipendono dalla suscettibilità individuale e si divisono in Intolleranze ed Allergie).

Le metodologie diagnostiche in uso per determinare la presenza di un’Intolleranza alimentare sono varie e ciascuna di esse sfrutta differenti parametri di valutazione.

  • CITOTEST: si effettua mediante prelievo di un campione di sangue che viene messo a confronto con una serie di sostanze alimentari; al microscopio viene, dunque, valutato il livello di rigonfiamento dei granulociti e classificato secondo quattro livelli di allergia (lieve rigonfiamento, discreto rigonfiamento, notevole rigonfiamento e rottura). Numerosi pareri critici sono stati espressi sul citotest a causa della mancanza di prove scientifiche che ne supportino la validità. Esiste, per altro, un grande dilemma legato al tipo di sostanze utilizzate per la diagnosi: la reazione può essere valutata correttamente solo usando sostanze idrosolubili (caffè zucchero sale ecc.), mentre l’uso di sostanze solide (frumento, formaggio, mais ecc.) o oleose, determina una reazione di rigonfiamento dei globuli bianchi del tutto indipendente dalla presenza di allergia.
  • ALITEST: segue gli stessi principi di svolgimento e parametri di valutazione del citotest.
  • ALCATEST (Antigen Leucocytar Cells Test): successivamente ad un prelievo di sangue venoso vengono messi a confronto due campioni: uno posto a contatto con gli estratti alimentari, l’altro non esposto a tale contatto ed utilizzato come campione di controllo. I campioni vengono, quindi, analizzati per identificare alcuni parametri fondamentali – numero di granulociti e neutrofili, dimensioni cellulari e curve di distribuzione dimensionale – ed i grafici di tali dati confrontati per sovrapposizione. Un adeguato software, dunque, identificherà le reazioni con ciascun alimento classificandole in quattro categorie: alimenti non reattivi, alimenti con reazione moderata, alimenti con reazione grave ed alimenti con reazione estrema.
  • TEST KINESIOLOGICO: il fondatore della kinesiologia applicata è stato il Chiropratico George Joseph Goodheart Jr. che sperimentò il test muscolare, messo, poi, a punto dal Dr. Kendall. Il test muscolare, che consente di valutare la risposta del sistema nervoso della persona a fronte di differenti fattori di tipo strutturale, biochimico, emozionale ed energetico, è considerato il codice per comunicare al corpo, senza la mediazione della mente. Il paziente viene messo a contatto con estratti degli alimenti (attraverso contatto diretto con fiale che lo contengono o somministrazione sublinguale) e successivamente se ne valuta il tono muscolare: cali di forza od indebolimento muscolare suggeriscono la presenza di un’Intolleranza alimentare.
  • DRIA TEST: rappresenta una variante del test Kinesiologico, nel quale la forza muscolare è rilevata da un computer mediante sensori collegati al paziente.
  • VEGA TEST: test di bio-risonanza dove il paziente entra in contatto con delle fiale test attraverso un macchinario che ne identifica un eventuale intolleranza o sovraccarico.
  • E.A.V. (Elettro-agopuntura secondo Voll): test di bio-risonanza che effettua misurazioni elettrofisiche in specifici punti di Agopuntura dislocati su mani e piedi. Le frequenze degli alimenti sono già memorizzate nel software. Secondo le teorie della fisio-bio-cibernetica, se si lascia passare attraverso un meridiano di Agopuntura una determinata corrente a bassissima tensione, questa deve entrare ed uscire invariata: il rilevamento di un indice di caduta suggerisce  la presenza di un «ostacolo» lungo il decorso del meridiano, quindi, un probabile difetto bio-energetico a carico dell’organo interessato. A questo punto, dunque, prendendo in considerazione quanto detto dal Prof. Carlo Rubbia, premio Nobel per la Fisica, il quale sostiene che ogni evento fisico precede sempre un evento chimico, non risulta impensabile sostenere che una suddetta caduta di energia suggerisca una prossima insorgenza di disturbi organici a carico dello stesso organo, magari ancora non evidenziati da relativi esami biochimici.

Dall’esito del test, qualunque esso sia, si evince che, nella stragrande maggioranza dei casi, il sovraccarico è causato dagli alimenti che si assumono abitualmente. Questo perché tali alimenti provocano uno stato di momentaneo malessere, non così evidente da causare un rifiuto, ma tale da giustificare un rilascio di endorfine, le quali, a loro volta, creano uno stato di apparente benessere, pertanto l’organismo richiede tale cibo per produrre queste molecole analgesiche.

Gli alimenti risultati positivi al test, che sono, quindi, causa di intolleranza, vanno momentaneamente sospesi dall’alimentazione (per un periodo variabile a seconda dell’intensità del sovraccarico, ma, in ogni modo, non superiore ad uno o due mesi) e poi reintegrati con una dieta a rotazione. In questo modo, l’organismo subirà una desensibilizzazione a tali alimenti. Questo metodo si riallaccia al concetto di terapia omeopatica. La sospensione di tali alimenti può, talvolta, provocare disturbi come cefalea, stanchezza, nausea o vomito. Questo status, che può protrarsi per 2 o 3 giorni, è causato proprio dal mancato rilascio di endorfine.
Uno studio austriaco, pubblicato nel 2007 su International Journal of Obesity, ha messo il luce un importante interessamento del fenomeno delle intolleranze alimentari sulle cause di obesità, malattia cronica associata ad un’infiammazione di basso grado e ad una crescente presenza di macrofagi nel tessuto adiposo (ATM). Le intolleranze alimentari sono responsabili dell’insorgenza di questi processi infiammatori che, a loro volta, inducono ad insulino resistenza per interferenza degli ATM con gli adipociti. Eliminando gli alimenti causa di tale intolleranza, si ottiene una riduzione dell’infiammazione, il ché permette, oltre al conseguente dimagrimento, un miglioramento dei disturbi totali ad essa correlati. Modulando l’infiammazione, quindi, si interviene anche sul metabolismo. In questo modo, il paziente dimagrirà non per riduzione della quantità di cibo assunto, ma per ottimizzazione del proprio metabolismo.
Le Intolleranze alimentari possono essere causa, come visto prima, di disturbi gastrointestinali e metabolici (diabete, dismetabolismi, iper/ipotiroidismo, sovrappeso, obesità, cellulite, colon irritabile, meteorismo, costipazione, diarrea) o non strettamente legati all’apparato digerente (allergie, asma, rinite; cefalee, emicranie, nevralgie; micosi, candidosi; disturbi del ciclo mestruale, perdite vaginali; aritmie cardiache, palpitazioni, ipertensione; disturbi del comportamento, depressione, insonnia, crisi di panico; artrite reumatoide, artrite; acne, eczema, orticaria, psoriasi; condizioni genetiche). Fattori aggravanti possono essere: terapie farmacologiche (cortisone, antibiotici, antinfiammatori); interventi chirurgici; inquinamento ambientale; frode alimentare; OGM. Ciò che è importante sottolineare, è che la relazione fra patologia ed intolleranza è probabilistica, nel senso che la patologia può dipendere dall’intolleranza, ma non dipende necessariamente da essa.

(tratto da: Tesi per Master in Fitoterapia ed Erboristeria “Approccio olistico alle Intolleranze alimentari” – candidato Giuseppe Annunziata)

(fonte foto: web)

 

Ecco un articolo che quest’oggi ho letto su un noto quotidiano Italiano, ed ho pensato di condividerlo con voi. A quanto pare, basterebbe qualche oretta in più di allenamento per provare il dolce gusto del piacere sessuale… Lo dice un’equipe di ricercatori statunitensi che hanno effettuato uno studio su 370 persone… quando si hanno tempo e denaro da sprecare…

«Orgasmo da palestra», l’effetto collaterale che colpisce le donne

Finora era materia di discussione riservata alle chiacchiere tra amiche, argomento da blog o di qualche articolo su magazine e riviste di fitness e benessere: provare piacere sessuale semplicemente facendo sport, per esempio pedalando alla cyclette o correndo sul tapis roulant, senza pensare in alcun modo a incontri o situazioni “piccanti”.

Ora, per la prima volta, l’orgasmo “da palestra” – un’esclusiva femminile, considerando che a riferirlo sono solo donne – è diventato un tema d’indagine scientifica, grazie a una ricerca americana pubblicata sul “Sexual and Relationship Therapy”.

Gli anglosassoni lo hanno battezzato “coregasm” dal termine “core”, così come viene chiamato nel complesso l’insieme dei muscoli dell’addome. Il piacere da fitness, infatti, sarebbe fondamentalmente una questione di addominali. Allenarli, nella donna, può avere come “effetto collaterale” a sorpresa addirittura un vero e proprio orgasmo.

A indagare sul fenomeno sono stati Debby Herbenick, co-direttore del Center for Sexual Health Promotion dell’Indiana University School of Health, Physical Education and Recreation, nonchè autrice di libri e curatrice di rubriche, insieme a J. Dennis Fortenberry, docente affiliato allo stesso istituto dell’ateneo Usa. I risultati pubblicati sono basati su un’indagine online su 124 donne che hanno riferito esperienze di orgasmo indotto dall’esercizio fisico (Eio), e altre 246 che hanno sperimentato piacere sessuale indotto da esercizio fisico (Eisp).

Giovani e meno giovani (dai 18 ai 63 anni), la maggior parte sposate o legate a un partner, eterosessuali nel 70% circa dei casi. Lo studio non si prefiggeva intenti epidemiologici. L’obiettivo, cioè, non era capire quante donne conoscono l’orgasmo “da palestra” non per sentito dire, ma per averlo provato direttamente.

Tuttavia un’indicazione in merito è arrivata comunque: «Il fenomeno non dev’essere poi così raro – osservano gli autori – se per ‘reclutarè le 370 donne del campione ci sono volute appena 5 settimane». Ed ecco i risultati dell’indagine statunitense. Circa il 40% delle donne che hanno provato orgasmo (Eio) o piacere sessuale (Eisp) indotti dall’esercizio fisico dice di avere fatto questa esperienza in più di 10 occasioni.

Il 20% delle sportive che allenandosi sono arrivate all’orgasmo spiega di non essere riuscita a controllarsi, benchè fosse in pubblico. E la maggior parte assicura che in quel momento non stava fantasticando su nulla che avesse a che fare col sesso.

Ma quali sono gli esercizi “giusti” in cui cimentarsi, per cercare di imbattersi nel singolare fenomeno? Più della metà (51,4%) delle donne del gruppo Eio (orgasmo vero e proprio) ha associato l’esperienza con un allenamento agli addominali eseguito negli ultimi 90 giorni. Ma ad altre è capitato mentre facevano sollevamento pesi (26,5%), oppure yoga (20%), bicicletta (15,8%), corsa (13,2%), persino passeggiate o escursioni (9,6%).

In particolare, nelle risposte libere, fra gli esercizi più “stimolanti” in molte hanno citato la cosiddetta ‘sedia del capitanò: un tipo di esercizio agli addominali che consiste nel contrarre i muscoli della pancia in modo da sorreggersi solo sulle braccia, tenendo le gambe piegate ad angolo come su una sedia, ma sospese nel vuoto. Inquadrato scientificamente il fenomeno, resta ora da chiarire il meccanismo che scatena l’orgasmo da palestra, precisa Herbenick.

Un altro punto da approfondire, secondo la specialista, è il legame generale fra attività fisica e benessere sessuale femminile. Come dire che, anche senza arrivare “all’acme”, fare sport potrebbe comunque migliorare le performance della donna tra le lenzuola.

(fonte: Il Mattino)

Il Metodo Alexander è un metodo di rieducazione posturale che si basa sul corretto allineamento della testa, del collo e della colonna vertebrale. Tale trattamento è indicato per la cura di mal di schiena, lordosi, scoliosi, lombalgia, dolori cervicali e mal di testa. Il metodo non richiede di imparare a memoria tante tecniche diverse, ma di applicare un unico, facile principio a tutti i movimenti che si eseguono. L’ unica difficoltà consiste nell’essere costanti. Per riuscire a modificare le posizioni scorrette, nei primi tempi occorre prestare molta attenzione perchè si tratta di fare un’azione diversa da quella che si è abituati a fare istintivamente. A poco a poco sollevare la testa verso l’alto diventerà un’abitudine e non sarà piu necessario alcuno sforzo.
Fu ideato da M. Alexander (1869-1955), un attore australiano divenuto rauco durante le sue esibizioni. Egli si rese conto che i suoi problemi erano causati dal modo in cui interferiva con la propria coordinazione. Fissò quindi la sua attenzione sui movimenti e le posizioni della testa, e in particolare sull’allineamento di essa con il collo e con le spalle. Arrivò a concludere che quando si parlava si verificavano delle contrazioni nel collo che ne provocavano l’accorciamento e più estesamente bloccavano la naturale mobilità del sistema testa-collo-spalle. Dopo alcuni anni di paziente osservazione e sperimentazione, mise a punto un nuovo approccio alla coordinazione e al movimento, risolvendo i suoi problemi locali e ottenendo anche un notevole miglioramento nelle sue condizioni generali di salute. Il valore di questo approccio nel liberare e potenziare il rendimento è stato riconosciuto nel mondo dello spettacolo fin dagli inizi del secolo. Il metodo Alexander ripristina il funzionamento ottimale dei meccanismi posturali, restituendo nuova vitalità e leggerezza alla persona: aiuta a rilasciare le tensioni muscolari inutili, rende più sensibili ed accurate le nostre percezioni e ottimizza la distribuzione delle tensioni.

Dott. Umberto Guerriero