Cambiare le Università: una Possibilità per Crescere

Pubblicato: 25/04/2013 in 0.0 L'altra faccia della politica - Editoriale, 1.1 dal mondo, 1.3 scienze&salute, 1.5 tecnologia, 1.6 economia

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Io, Gianluca Bellan, laureato in Economia e studente presso la Copenhagen Business School, e il collega Giuseppe Annunziata, laureando presso la Facoltà di Biologia dell’Università degli Studi di Napoli – Federico II, ci proponiamo, attraverso la nostra esperienza di studenti negli atenei Italiani ed esteri, di portare alla vostra attenzione i maggiori punti sui quali insistere per portare uno sviluppo concreto nelle Università Italiane e una maggiore vicinanza tra Lavoro e Università.

Nella realtà sociale dei nostri giorni, in cui si fa sempre più difficile per noi giovani valicare il confine che ci separa dal mondo del lavoro, URGE una ventata di cambiamento, una serie di Riforme mirate esclusivamente a rendere più coesi il mondo del lavoro e di Università e Ricerca. Si deve perciò assistere alla possibilità, da parte dei neolaureati, di ottenere un’ “indipendenza culturale” dettata dalla facoltà di avere un posto di lavoro che rifletta ciò per cui ci si è formati e, soprattutto, ripaghi dei tanti sacrifici di anni di studio. Insomma, è necessario smetterla di rimanere inermi ad attendere che lo stato delle cose cambi da solo. Le proposte devono arrivare proprio da noi, popolo di giovani elettori, perché siamo noi a conoscere le vere difficoltà, la triste realtà in cui versano i nostri Poli universitari e, in particolare, cosa ci “tarpa le ali”, impedendoci di emergere.

Un recente rapporto OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) ha definito le spese dell’Italia per l’Università carenti. La cifra che il nostro Stato stanzia annualmente per ciascuno studente è in media con quelle degli atri Paesi europei, MA SI SPENDE POCO PER L’ISTRUZIONE TERZIARIA. Dal 2007 gli Atenei italiani hanno visto una riduzione di 1 miliardo di Euro da parte del Fondo di Finanziamento Ordinario, finanziamento statale che rappresenta la principale fonte di entrata per le Università. Il FFO per il 2012 è stato pari a 7.08 miliardi di Euro. Nel 2008, a seguito dell’emanazione del DM 113/08 (art. 66, comma 13), il FFO è stato ridimensionato di 63.5 milioni per il 2009, 190 milioni per il 2010, 316 milioni per il 2011, 417 milioni per il 2012 e 455 milioni per il 2013…Tanto per fare un paragone, per le BABY PENSIONI vengono spesi 9.4 miliardi di Euro, PER L’UNIVERSITA’ 6.6 miliardi.
Per l’Università, l’Italia spende l’1% del PIL, a fronte della media europea che è all’1.5%. Per ciascuno studente, lo Stato versa circa 9500 Euro, a fronte dei circa 13000 di media (il 30% in meno)…E GLI STUDENTI ITALIANI PAGANO LE TASSE PIU’ ALTE D’EUROPA, DOPO INGLESI ED OLANDESI.
Per quanto riguarda la Ricerca, invece, l’Italia investe l’1.26% del PIL a fronte del 2.26% della Francia, 2.28% della Germania e 1.77% del Regno Unito.

Su cosa ci batteremo con il nostro programma:

  1. Politica di austerità in scuola ed Università ma solo in ricambio di un ripristino dei fondi per Borse di Studio tagliati con la Riforma Gelmini, tagli di oltre il 90% in 3 anni (da 246 milioni di Euro del 2009 a 13 milioni del 2012), che hanno cancellato, dunque, il contributo dello Stato agli studenti meno abbienti;
  2. Maggiore impiego di fondi pubblici in Università e Ricerca: la Riforma del Paese deve partire dalle Università, perché devono essere i giovani a gettare le basi per il loro futuro;
  3. Principio di meritocrazia in poltrone dirigenziali ed occupazioni nel campo della ricerca. Per far questo è necessario portare fisicamente i centri ricerca nelle aule Universitarie. Bisogna, dunque, mettere in campo norme che vadano a contrastare e combattere il nepotismo, vero cancro della società italiana, ampiamente diffuso nell’ambiente universitario. Per far vincere il principio di meritocrazia, bisogna portare nelle Università strutture esterne che, almeno, dovrebbero essere “vaccinate” da questa triste verità. E’, inoltre, altrettanto necessario aumentare le ore di laboratorio per meglio formare gli studenti. Si tratta di un punto importantissimo sul quale batterci poiché la formazione in Italia è carente, ed ancor più quella pratica. E’, dunque, d’obbligo fare in modo da poter elargire agli studenti l’esperienza necessaria per entrare nel mondo del lavoro subito dopo terminato gli studi. E una migliore formazione serve anche ad alzare gli standard di preparazione degli stessi studenti che possono, dunque, più facilmente concorrere per il suddetto principio di meritocrazia;
  4. Incentivi ad imprese, aziende ed Istituti di ricerca che offrono opportunità a neolaureati o laureandi: bisogna includere le aziende nel processo di funzionamento delle Facoltà Universitarie. In questo modo i manager potrebbero prendere parte a lezioni e case competitions, offrire corsi in partnership (uno dei corsi che il collega Gianluca Bellan ha frequentato alla CBS, Innovation and Knowledge, era sponsorizzato dalla Novo Nordisk, nota azienda farmaceutica), incentivare la competizione con lavori di gruppo piuttosto che favorire l’individualità nello studio sui libri. Così facendo le aziende stesse potrebbero contribuire a sviluppare un loro “vivaio”, tenendo d’occhio studenti interessanti con la possibilità di assumerli nelle loro aziende;
  5. Migliore impiego delle risorse pubbliche al fine di creare opportunità di crescita per gli studenti: un esempio potrebbe essere abbassare l’offerta delle 150 ore previste dai vari ESU per impiego negli uffici didattici ad 80 ore. In questo modo si impiegherebbero due studenti anziché uno, dando a più la possibilità di comunque fare esperienza anche all’interno dell’Università;
  6. Abbattimento del “monopolio culturale e didattico” della ormai centenaria docenza, offrendo più possibilità a giovani ricercatori; un esempio potrebbe essere la suddivisione delle ore offerte da un particolare corso tra il docente e i suoi ricercatori: il docente terrebbe lezioni teoriche, mentre i ricercatori si occuperebbero della parte pratica. Con questo punto si intende combattere la piaga dei docenti centenari titolari di numerose cattedre e, contestualmente, direttori di progetti di ricerca, il tutto a scapito di giovani ricercatori costretti, per anni, ad essere assistenti non retribuiti dei suddetti docenti per sperare in un futuro e poco probabile posto nella docenza universitaria;
  7. Istituzione di un maggior numero di progetti di ricerca su scala nazionale;
  8. Incentivi e sgravi fiscali per gli Enti pubblici e privati che si offrono di sovvenzionare progetti di ricerca;
  9. Contratti di inserimento per studenti fin dai primi anni di Università: contratti flessibili di impiego presso le aziende nel network dell’Università, così da appoggiare alla formazione teorica Universitaria la formazione pratica che verrebbe a consumarsi nel dopo-lezione, o nei giorni liberi dello studente. In questo modo lo studente imparerebbe ad organizzare la propria agenda, sentirsi al centro dell’attenzione, e sviluppare skills che sui libri non si sviluppano.
  10. Eliminazione dell’ammissione a numero programmato per le Università, chiaro impedimento del diritto allo studio e metodo antidemocratico per la scelta di futuri professionisti, ed istituzione di uno sbarramento fissato al II anno del corso di laurea caratterizzato dal superamento di un certo numero di esami ed il raggiungimento di un certo numero di CFU, stabiliti, a livello nazionale, per ogni singola facoltà. All’atto dell’iscrizione sarà, invece, effettuato un test NON a carattere selettivo, ma mirato solo a mettere in luce eventuali lacune dello studente che dovranno, poi, essere recuperate nell’arco degli stessi due anni, mediante la frequenza di specifici corsi
  11. Abolizione della formula 3+2 per alcune Facoltà scientifiche, così da consentire una migliore formazione dei giovani laureati e, soprattutto, ridurre spese pubbliche e private, giacché, il solo conseguimento della laurea triennale lascia il tempo che trova, e non consente, giustamente, al laureato di poter iniziare la carriera professionale, divenendo, così, causa di perdita di tempo e denaro. Sarebbe meglio, dunque, un ritorno alle lauree a ciclo unico, in cui lo studente consegue il titolo in un più ampio arco temporale prefissato che consente allo stesso una migliore gestione dei propri piani di studi evitando, così, il dramma del “fuori corso” che crea laureati troppo avanti con l’età e porta ad un eccessivo aumento delle spese per le tasse già di per sé elevate.

Fate le vostre proposte ed insieme cresceremo.

Giuseppe Annunziata
Gianluca Bellan

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